A volte lo sport sa essere spietato proprio quando meno te lo aspetti. E questa mattina, nella piscina olimpica di Parigi, la 4x100 stile libero maschile azzurra ha vissuto uno di quei momenti difficili da spiegare e ancora più difficili da digerire.
L’Italia è fuori dalla finale europea. Undicesimo tempo in 3’15”59, troppo lontano dalle otto squadre ammesse alla serata delle medaglie. Il quartetto formato da Manuel Frigo, Alessandro Miressi, Lorenzo Ballarati e Leonardo Deplano non è riuscito a trovare il passo necessario per entrare nella gara che, per tradizione e per storia recente, sembrava quasi un appuntamento naturale per gli azzurri.
Ed è proprio questo il punto: non è una semplice eliminazione. È una debacle che pesa.
Perché questa non è una staffetta qualsiasi. È la 4x100 che negli ultimi anni ha costruito una delle pagine più solide della storia recente del nuoto italiano. A Parigi 2024 è salita sul podio olimpico con il bronzo in 3’10”70. Pochi mesi prima, ai Mondiali di Doha, era stata d’argento in 3’12”08. E a Singapore 2025 aveva nuovamente conquistato l’argento, questa volta con il record italiano di 3’09”58. Tre grandi appuntamenti internazionali, tre podi consecutivi.
Una striscia che raccontava una certezza: l’Italia della velocità aveva trovato la propria identità.
A Parigi, invece, quella certezza si è improvvisamente incrinata.
Attenzione, perché non è il caso di trasformare una batteria sbagliata in una sentenza sul movimento. Nel nuoto le staffette sono organismi delicatissimi: quattro uomini, quattro stati di forma, quattro frazioni da incastrare in meno di tre minuti e venti secondi. Basta che qualcosa non funzioni e il risultato può diventare impietoso.
Ma proprio per questo la domanda resta.
Che cosa è successo?
Perché vedere la 4x100 maschile italiana fuori dalla finale europea significa assistere a qualcosa che, fino a ieri, sembrava quasi appartenere alla categoria delle eventualità remote.
E c’è anche un elemento che rende la situazione ancora più particolare. La staffetta femminile, appena 24 ore prima, aveva conquistato un magnifico argento con record italiano in 3’33”19. Una formazione giovane, trascinata da una straordinaria Sara Curtis, capace di trasformare la responsabilità della staffetta in energia.
Gli uomini, invece, hanno mancato completamente l’appuntamento.
Non è una bocciatura definitiva. È un campanello d’allarme.
Perché dopo il bronzo olimpico e i due argenti mondiali, questa 4x100 aveva conquistato qualcosa che nel nuoto vale quasi quanto una medaglia: la credibilità. Gli avversari avevano imparato a rispettarla. L’Italia aveva imparato a considerarla una delle proprie locomotive internazionali.
Ora arriva una giornata che obbliga a guardarsi allo specchio.
Non servono processi sommari e nemmeno drammi. Servono risposte. Serve capire se si è trattato di una giornata storta, di una scelta tecnica non riuscita, di una condizione fisica non ottimale o, più semplicemente, del fisiologico ricambio di una specialità che vive di equilibri sottilissimi.
Basta scorrere i tempi stagionali, a parte Carlos D’Ambrosio che a Riccione ad aprile ha nuotato sotto 48 secondi, da Miressi a Zazzeri, passando da Ceccon e Frigo, nessuno ha fermato il cronometro sotto i 48 e 50.
Lo scorso anno a Singapore il record italiano di D’Ambrosio, Ceccon, Zazzeri e Frigo valeva 3.09.58, tutti sotto i 48” e con Thomas lanciato da 47.10, con gli stessi passaggi oggi parleremo di Italia campione d’Europa.
Ma una cosa è certa: la 4x100 italiana non può permettersi di abituarsi a stare fuori dalla finale.
Perché quella corsia, negli ultimi anni, era diventata casa nostra.
E quando una squadra abituata al podio improvvisamente guarda la finale dalla tribuna, non è ancora una crisi.
Ma è sicuramente il momento di accendere la luce.
A Parigi, questa mattina, la velocità azzurra ha perso una battaglia. Adesso bisognerà capire se è stata soltanto una giornata storta oppure il primo segnale di un cambio di ciclo.
Il cronometro, come sempre, non fa sconti.
E stavolta ha detto 3’15”59.
Un tempo che racconta una mattina da dimenticare. Ma anche una domanda alla quale l’Italnuoto dovrà presto dare una risposta.
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