La depressione dei numeri primi. Giustolisi: in Italia qualcosa si muove, psicologia intervenga prima del ritiro

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Anche Allison Schmitt, amica e compagna di nazionale di Phelps, ha ammesso di aver sofferto di depressione (Getty)

Nella psicologia sportiva, gli americani sono stati certamente dei precursori. E tuttavia, della psicologia questa branca sembra aver dimenticato la funzione principale: la salute mentale. L’articolo del Washington Post, ripreso poi dalla versione americana di SwimSwam, secondo cui il Comitato Olimpico Americano avrebbe risposto col silenzio a Michael Phelps, quando questi sollevò il problema della depressione negli atleti, se confermato solleverebbe dubbi inquietanti.  Nel migliore dei casi, il problema sarebbe stato sottovalutato. Nel peggiore, sarebbe stato tenuto nascosto, sacrificato sull’altare dei risultati.

“E’ giusto che la psicologia sportiva punti a migliorare le prestazioni – spiega a Swimbiz.it Luca Giustolisi, ex bronzo olimpico sol Settebello e oggi psicologo – ma depressione post ritiro e altri problemi sono lasciati all’iniziativa degli atleti” rivolgendosi a professionisti che non possono avere un quadro completo della situazione. Per l’ex azzurro, infatti, occorrerebbe intervenire molto prima del ritiro, durante la carriera stessa “La vita di un atleta olimpico ha un impatto enorme dal punto di vista identitario. Essere un nuotatore, mangiare come un nuotare, vivere come un nuotare… qualcosa di totalizzante. Che succederà, poi, quando l’uomo che per anni è stato solo un nuotatore perderà tale identità? “C’è il rischio di andare incontro a un crollo. La domanda che deve farsi la psicologia sportiva è: questa identificazione totale nel ruolo è l’unica maniera di raggiungere la prestazione? Oppure la si può raggiungere anche se l’atleta è consapevole dei rischi che comporta, e seguito durante il suo percorso da un professionista?”.

Luca Giustolisi, psicologo ex bronzo olimpico '96 col Settebello

Chi pensi che il problema sia arrivare o no alla medaglia, si sbaglia di grosso. Giustolisi scelse di diventare psicologo dopo che Jesus Rollan, suo compagno di squadra al Recco, si suicidò. Era un campione olimpico. Perché lo sport, ci spiegò una volta l’ex azzurro, viene sopravvalutato come percorso di vita in sé. Perché dietro quella medaglia, che per sportivi, tifosi, media, politici trasforma chi la vinca in un eroe, l’atleta rischia di scoprire che di questo tesoro, di questa felicità descritta all’esterno, non c’è nulla. Per questo Luca, insieme all’ex argento olimpico di canottaggio Riccardo Dei Rossi, a questo rovescio della medaglia sta dedicando un libro “Senza limitarsi alla sola descrizione di casi ed episodi, ma suggerendo anche modalità d’intervento”. Per questo, soprattutto, da anni solleva la crucialità della questione al Coni “Qualcosa si muove. Confido nella sensibilità del Presidente Malagò. E Margherita Granbassi, in quota atleti nel Consiglio Nazionale, si è già espressa più volte in questa direzione”. Gli americani sono certo dei precursori nella psicologia sportiva, ma stavolta forse potremmo essere noi a insegnar loro qualcosa.

moscarella@swimbiz.it