L’Olimpiade dei due Dibiasi

Il commento di Swimbiz: Klaus Dibiasi per Swimbiz, a 50 anni dalla prima medaglia olimpica (e prima della Fin), un argento “Fosse stato oro, forse non avrei vinto tre Olimpiadi”.

Copyright foto: klaus dibiasi

Scorrendo su Wikipedia la lista dei partecipanti alla gara dalla piattaforma dei Giochi di Tokyo 1964, leggerete: Carlo Dibiasi, ritirato. “L’unico modo perché mio padre fosse presente fu iscriverlo a una gara, perché mancavano i posti - ricorda a Swimbiz Klaus Dibiasi – non poteva mancare, mi dava sicurezza”. Senza internet o cellulari, il Giappone era lontanissimo “Già il viaggio era un’avventura, io e Giorgio (Cagnotto n.d.r.), due ragazzini. Restammo un quarto d’ora a bocca aperta già vedendo l’impianto dell’architetto Kenzo Tange”. Oggi sono 50 anni da quella prima medaglia dell’Angelo Biondo dei tuffi (e prima medaglia Fin), un argento. “Lo festeggiai come un oro. Poteva essere la 4° vittoria olimpica; ma avevo 17 anni, forse mi sarei montato la testa e non avrei lavorato come ho fatto per vincere l’oro in Messico e poi per riconfermarlo due volte”. Suo padre aveva dichiarato ai giornali "Mio figlio prenderà la medaglia olimpica che non ho vinto a Berlino '36. E così fu – il rapporto tra un padre-allenatore e un figlio è sempre delicato, ma i tuffi contano numerose dinastie vincenti come Dibiasi, Cagnotto, Marconi - tutti esempi del giusto modo di rapportarsi tra tecnico e figlio: deve capire che ha di fronte un’altra persona e aiutarlo a scaricare pressione. Ci possono essere baruffe, capitava a noi come succede tra Giorgio e Tania, ma l’importante è concentrarsi poi sui momenti positivi”. Oscar Bertone, responsabile delle nazionali giovanili, ricordava recentemente come molti impianti italiani risalgano all’epoca di Dibiasi e Cagnotto(leggi qui) “Il Foro Italico è bello, ma a Roma 1960 non s’investì nelle innovazioni. E l’unica grande piscina al coperto che si voleva fare in Italia, a Tor Vergata, giace come cattedrale nel deserto – d’altro canto – strutture e attrezzi non sono fondamentali. C’è il talento, l’impegno e, non ultimo, l’ingegno: pensate che in Cina abbiano una longia moderna, con le palle in ferro, per gli allenamenti col tappeto elastico? Usano una corda…”.
 
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