Nuotatori e padri: miti e leggende

Santo Condorelli

Copyright foto: Usc Trojans

Sguardo verso le tribune, finché l’occhio non cade sul settore designato. Cenno d’intesa e… dito medio alzato. Dovette fare pubblica ammenda Santo Condorelli, velocista canadese-statunitense nato in Giappone. E spiegare che quel gesto alle gare di college non era d’ingiuria contro il pubblico, ma di affetto verso il padre, Joseph, che con altrettanto calore ricambiava. Ricorre oggi la festa del papà, ma nel nuoto non sempre si limitano al mero ruolo genitoriale. Showman della tribuna è spesso Bert Le Clos, padre del campionissimo sudafricano Chad. Swimbiz lo incrociò lo scorso agosto sugli spalti del Foro Italico a Roma, irrefrenabile come sempre nel tifo, ma anche “Orgoglioso di avere un figlio ancora così “polite” così educato.

A volte è il nuotatore stesso a calarsi nei panni del padre, ed ecco un Michael Phelps così ‘social’ da creare un profilo apposito per il figlio neo nato. C’è chi a un genitore non l’ha proprio perdonata, come il sudafricano Sébastian Rousseau che si è tatuato sulla pelle ‘Un figlio non dimentica mai’. Il padre non ci credeva molto, quando il figlio disse “Papà, voglio fare il nuotatore e andare alle Olimpiadi”. Forse perché Sébastian pronunciò quella frase a otto anni.

Il tatuaggio di Gilot (Reuters)

Molto meglio, allora, il ‘tattoo’ del francese Fabien Gilot ‘Non sono nulla senza di loro’, scritto in ebraico. E qui facciamo un’eccezione, perché la frase on è dedicata al padre, ma a Max Goldschmidt, secondo marito della nonna sopravvissuto ad Auschwitz, figura che ha avuto grande influenza sull’ex capitano del nuoto francese. Anche in acqua, dove Gilot rendeva onore a quella frase, dando il meglio di sé in staffetta. Qualcuno dal padre è anche allenato. Gli esempi non mancano anche in Italia, ma nel mondo spicca il caso dello statunitense Michael Andrew, che al normale iter scuole superiori-college ha preferito una vita da atleta ‘pro’ fin da quando aveva 14 anni(leggi qui), girando il mondo con la sua famiglia: papà coach (ex marine sudafricano), mamma come manager e sorella come compagna d’allenamento.

Molti altri padri non sono catturati dalle telecamere. Quello più invadente, che discute attivamente (e animatamente) di tempi e prestazioni con l’allenatore e dopo una delusione al figlio dice “A cena facciamo i conti”. Per loro, vale il monito della psicologia moderna(leggi qui): il bullismo nasce dal ragazzo che non ha fiducia nel ruolo degli educatori. Così, nello sport, il figlio non capisce più se deve accontentare il genitore come educatore o come manager e potrebbe pensare che tutto sia lecito per arrivare primo. E poi, ci sono tutti gli altri. Il papà che accompagna il figlioletto alle prime lezioni di nuoto. Quello che restituisce commozione e fierezza alla dimensione privata, senza rubare la scena i figli. Chi dopo una sconfitta incoraggia, consola e sprona a far meglio. Auguri a tutti i papà acquatici.

moscarella@swimbiz.it

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