La seconda giornata degli Europei di nuoto consegna all’Italia una di quelle serate che vanno oltre il semplice conteggio delle medaglie. Quattro podi, due ori e due bronzi, ma soprattutto la fotografia di una Nazionale che continua a cambiare pelle senza perdere la propria identità.
E allora eccolo, Nicolò Martinenghi, il capitano. La fascia consegnatagli da Cesare Butini alla vigilia non è rimasta un semplice simbolo. È diventata responsabilità, personalità, risultato. Il varesino si prende i 100 rana in 58”58, al termine di una gara nella quale la gestione vale quanto la velocità.
Martinenghi non ha bisogno di strafare. Nuota la sua gara, resta dentro il confronto, aspetta il momento giusto e poi mette la mano davanti a tutti. È il modo migliore per interpretare quel grado di capitano: non urlare, ma rispondere quando conta.
E dietro di lui, con un 58”90, c’è un altro azzurro: Simone Cerasuolo.
Due italiani sul podio europeo dei 100 rana. Un’immagine che racconta molto più di una doppia medaglia. Racconta la profondità di una specialità nella quale l’Italia continua ad avere voce internazionale. Cerasuolo non è più soltanto il giovane talento da osservare: è ormai un protagonista che sa stare nella partita quando il livello si alza.
Poi c’è Simona Quadarella.
La romana conosce una sola strada: quella che porta al podio. Negli 800 stile libero costruisce l’ennesimo capolavoro di continuità e si prende l’oro europeo. Non c’è bisogno di inventare nulla quando si possiede una certezza come la sua capacità di interpretare il mezzofondo.
Quadarella è ritmo, controllo, sofferenza gestita. È la campionessa che sa aspettare, che conosce il valore di ogni vasca e che, quando arriva il momento di cambiare passo, difficilmente sbaglia.
E poi arriva Sara Curtis.
Il suo bronzo nei 100 stile libero è forse la medaglia che racconta meglio l’Italia che verrà. Perché in una gara come questa non basta il talento. Servono coraggio, velocità, personalità e la capacità di non farsi intimidire dal nome delle avversarie.
Curtis lo fa. Entra nella gara e ci rimane fino alla fine, conquistando un bronzo che ha il sapore della consacrazione. Non è più soltanto una ragazza veloce. È un’atleta che sta imparando a stare ai vertici.
La serata lascia però anche una domanda aperta: Thomas Ceccon.
Il quarto posto nei 50 farfalla, in 22”72, non è certamente il risultato che il campione veneto aveva immaginato. Ma sarebbe sbagliato trasformare un quarto posto in un caso.
I 50 sono una sentenza lunga appena cinquanta metri: partenza, subacquea, frequenza e arrivo devono essere perfetti. Basta perdere un dettaglio e il podio scivola via.
Ceccon, questa volta, lo ha visto sfuggire.
Ma un campione si misura anche dalla capacità di trasformare una delusione in energia. E il programma di Parigi gli offre immediatamente un’altra occasione, con la finale dei 200 dorso.
Tra le note da sottolineare c’è anche Carlos D’Ambrosio, protagonista nei 100 stile libero. Il giovane azzurro si prende la finale con il quinto tempo complessivo, mostrando una condizione che lascia spazio a più di una speranza.
La finale, naturalmente, sarà un’altra storia. Ma arrivarci con questa autorevolezza significa avere già compiuto un passo importante.
E c’è anche Silvia Di Pietro, che nei 50 farfalla conquista la finale con il quinto tempo. Cinquanta metri non concedono nulla: non esistono strategie conservative, esiste soltanto la capacità di essere veloci dal primo all’ultimo metro.
Di Pietro conosce bene questo territorio. Parigi le offre un’altra occasione per dimostrarlo.
Nella rana femminile, invece, i riflettori continuano inevitabilmente a seguire Benedetta Pilato.
Il suo Europeo va letto non soltanto attraverso il cronometro, ma dentro un percorso nel quale la campionessa tarantina continua a cercare il punto di equilibrio tra la straordinaria velocità che l’ha portata ai vertici e una continuità internazionale che resta l’obiettivo principale.
Accanto a lei, Lisa Angiolini rappresenta una delle alternative che stanno crescendo nel panorama azzurro. La sua presenza ai massimi livelli europei è un segnale importante per una specialità che in Italia non vuole vivere soltanto di passato e certezze consolidate.
Alla fine, il medagliere racconta quattro podi.
Ma il cronista che osserva questa Nazionale da vicino cerca sempre qualcosa che vada oltre il numero scritto sul tabellone.
E quello che Parigi sta raccontando è un’Italia che non vive più soltanto di individualità, ma di una precisa cultura del risultato.
Martinenghi è il capitano che mette l’oro al servizio della squadra. Quadarella è la certezza che resiste al tempo. Cerasuolo è la conferma che dietro ai campioni c’è altra qualità. Curtis è il futuro che ha deciso di diventare presente.
E poi ci sono Ceccon, D’Ambrosio, Di Pietro, Pilato, Angiolini e tutti gli altri azzurri: nomi diversi, percorsi diversi, la stessa calotta.
È questo che mi piace di questa Italia.
Non è una Nazionale perfetta. È una Nazionale viva.
E nello sport, soprattutto nel nuoto, essere vivi significa avere ancora qualcosa da dire.
Parigi è appena cominciata. E l’Italia, questa sera, ha fatto capire di voler parlare molto forte.
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