Farfalla, dorso, rana e stile libero. Un piatto acquatico misto, dove per miscelare il tutto occorre una grande strategia. Alberto Razzetti la interpreta sempre a suo modo la piscina. Con piglio, voglia, desiderio. E strategia, che vuol dire dosaggio opportuno, perché alla fine un duecento misto sembra quasi un video gioco, dove tutti spingono a modo loro e ti zompano chi di qua e chi di là. Come degli schizzati che vanno avanti e poi tornano indietro, giusto lo stile. Chi tenta di scappare all’inizio, inseguito e ripigliato. Poi arriva la rana e per il Razzo in questione diventa delicata. Mantenere, non lasciare scappare, guardarsi alle spalle. E la vasca si fa tonnara all’improvviso, acqua increspata e sembra quasi di surfare, nonostante le corsie che separano e tentano di limitare tutto sto sciabordio . Sentirsi Razzo, essere lui in acqua,vuol dire tirare fuori tutto, ogni energia senza più limiti ,cercandone in fondo al barile. Alberto è uno specialista nella materia dell’ultima vasca: quando la spia diventa rossa, fatica terribile, gente a fianco che tenta di risucchiarti a suo modo, perché la fatica agguanta tutti, a impatto certo diverso, ma il giro è sempre lo stesso. Il giro del fiato corto, delle gambe che chiami e rispondono come se dietro ci fosse uno squalo famelico a trascinarti dove non vuoi. La vista che si offusca parzialmente, e che vede solo una piastra gialla da schiacciare per finire dentro un podio mai scontato. Il tutto nel Razzetti pensiero e capolavoro d’argento. Un minuto cinquantadue e zero cinque. Roba che solo al pensiero toglie il fiato, tanto è veloce. Un film pazzesco che ci consegna l’ennesimo capolavoro azzurro. E se non è buona acqua questa..
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