Punto Acquatico: L’insoluto colpo Magno

Il punto acquatico - L'editoriale del direttore Christian Zicche

Riaprire la ferita, quasi sei anni dopo.

Correva l’anno 2020, e nel febbraio di quell’anno il Tas di Losanna presieduto dallo scomparso Franco Frattini metteva la parola fine al lungo procedimento della procura sportiva antidoping verso Filippo Magnini. Non uno qualsiasi “Magno” Magnini, bensì una delle icone nazionali del nuoto azzurro e dello sport italiano.
Campione unico, primatista della velocità , capace di raggiungere il colpo mai riuscito ad alcuno tra le corsie di una piscina nel Belpaese acquatico. Diventare re e imperatore in un attimo
cristallizzato dal trionfo, raggiungere la vetta di campione del mondo quando mai nessuno ci aveva mai provato e pensato. La gara regina, vanto e colore di tutti, nel 2005 e poi ( condivisa con
Hayden , canadese) nel 2007. Sommatoria di addendi, unicità del personaggio, la storia si inchinava a Filippo Magnini che la scriveva a ritmo di record. Poi l’avventura nella terra dei
costumoni, i famosi gommati, e forse ad armi impari il declino colse pure lui.

Normale nello sport. Ma sempre a testa alta, paladino oltre, analista convinto , a fronte di un mondo difficile e spesso ambiguo. Fu così che fondò “I m doping free” impegno
civile e di testimonianza, contro la maggior piaga che affligge lo sport quando si intossica di slealtà. Ma improvvisamente il fronte si ribaltò e dalla lotta per la verità e la giustizia si trovò sul banco
degli imputati , inseguito dall’articolo 2.2 del codice Wada, uso o tentato uso. Lui e Santucci, compagno di velocità. Una via crucis infinita, passata e chiusa dalla giustizia ordinaria, ma allungata
oltre tempi da quella sportiva. Un salasso umano, oltreché quello dello sportivo messo alla gogna.

Oggi Magno ritorna sulla ferita, con un cuore “aperto” nella trasmissione Belve condotta da Francesca Fagnani. E ripercorre senza mezzi termini, con il dito puntato sulla procura di quegli anni, a suo dire con metodi degni di Torquemada, una inquisizione da caccia alle streghe sportive con “ gli occhi sbagliati di chi indagava”. Lavata via l’onta del doping, un assolto che accusa, rimangono le registrazioni in suo possesso di certi metodi di interrogatorio, ma anche un j’accuse di un mondo dove gareggiare voleva dire farlo spesso con gente “palesemente dopata”.

Tre anni brutti, ma che aprono a un insoluto a cui penso si debba ancora dare luce. Per la verità, perché in ballo non c’è più solo il caso Magnini, che oggi può diventare paladino di una giustizia giusta e obiettiva e che sei anni dopo non può ancora dimostrare che i colpi di scena si fanno in gara, ma non possono essere nelle aule di qualsiasi giustizia degna di questo nome.

 

zicche@swimbiz.it

 

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