Doping e diritto: Perché lo scontro Russia-Wada potrebbe essere solo all’inizio

Yulija Efimova, ranista russa coinvolta nella vicenda Meldonium.

Copyright foto: Ap photo

La stagione olimpica 2015-2016 è stata segnata dal caso Meldonium: antischemico inserito dal 1° gennaio 2016 nella lista delle sostanze proibite dalla Wada, agenzia mondiale antidoping. Il Dottor Antonio Fiore, Presidente della Commissione medica della Federazione internazionale di scherma, spiegò a Swimbiz.it che il farmaco fu bandito non tanto per una reale e immediata certezza delle sue proprietà ‘dopanti’, quanto per l’uso di massa che ne facevano gli atleti dell’Est Europa, Russi in particolare(leggi qui). Ma perché vietare agli atleti l’uso del solo Meldonium, colpendo così anche l’azienda produttrice, e non bandire tutti i farmaci della stessa tipologia?

L'avvocato Silvia Ronchetti
L'avvocato Silvia Ronchetti

A Swimbiz.it, l'avvocato Silvia Ronchetti spiega “La necessità di aggiornare l’elenco delle sostanze proibite nasce dall’impossibilità di controllare i nuovi farmaci – commercializzati per curare problemi di salute, ma che potrebbero avere anche l’effetto collaterale di modificare le prestazioni in gara o in allenamento – ma al di là della sostanza presa in esame, bisogna giudicare le motivazioni: cioè se  l’atleta ne faccia uso per alterare le prestazioni o per reali motivi di salute. Non scordiamo che queste regole non riguardano solo lo sport agonistico, ma anche quello Master, con atleti della terza età che hanno effettivamente bisogno di certi farmaci”. Ovviamente s’inserisce il tema delle esenzioni a scopo terapeutico, balzato agli onori della cronaca recente. Ma guai a generalizzare “Un conto è curare una patologia, come l’asma. Un altro è, ad esempio, alterare la propria struttura fisica ed eventuali mancanze che non sarebbero colmabili neppure con un intervento medico”.

Ma le settimane pre olimpiche sono state segnate anche dall’inchiesta indipendente (commissionata dalla Wada) dell’avvocato canadese Richard McLaren sull’antidoping russo. Secondo la sua relazione, nel Paese sarebbe stato attivo un sistema di manipolazione dei campioni, per nascondere i test positivi a sostanze proibite(leggi qui). Seguirono centinaia di squalifiche. Alcune confermate, altre ribaltate in appello, in conseguenza di quelle garanzie che il diritto sportivo, al pari di quello penale, fornisce agli accusati. Se di sistema si trattava, invece degli atleti non sarebbe stato più efficace sanzionare le federazioni di rifermento? “A rigor di logica, sì. Ma penso che la Wada stia seguendo il normale iter che segue a un caso di positività al doping ­– qui moltiplicato su scala di massa – ciò che è avvenuto quest’estate è paragonabile a una sospensione cautelare. Credo che il vero processo, dove accusa e difesa esporranno le loro tesi, debba ancora arrivare" e di recente il Comitato Olimpico Russo ha chiesto e ottenuto una versione in lingua russa del report McLaren, per poterlo studiare in dettaglio.

moscarella@swimbiz.it

Clicca qui per leggere la prima parte dell'intervista a Silvia Ronchetti: Perché una squalifica a vita non aiuterebbe l'antidoping

Clicca qui per leggere la terza e ultima parte dell'intervista a Silvia Ronchetti: Perché in Italia è reato penale, ma non si va (quasi) mai in galera

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